Programmi speciali

Sinossi Parajanov

29 novembre 2009

Tributo a Sergei Parajanov
Sergei Parajanov è nato il 4 gennaio 1924 a Tbilisi in Georgia. Ha studiato ingegneria delle ferrovie e, successivamente, canto e violino al Conservatorio di Musica di Tbilisi, prima di frequentare la Scuola di Cinema di Mosca dal 1946 al 1951. Il suo film di diploma Favola Moldava (1951) è andato smarrito. Nel 1950 ha realizzato numerosi documentari che si trovano nell’Archivio di Kiev e in seguito ha realizzato una serie di lungometraggi ai Dovzhenko Studios: Il Primo Ragazzo, Rapsodia Ucraina e Il Fiore sulla Pietra. Nel 1964 il nono film di Parajanov Le Ombre degli Avi Dimenticati creò scalpore per la sua non conformità nei confronti dei principi del realismo socialista del cinema sovietico. Il film ebbe scarsissima distribuzione in Unione Sovietica, nonostante il suo successo e numerosi premi ricevuti nei festival internazionali del cinema. I suoi successivi film furono martoriati da innumerevoli interruzioni e difficoltà di ogni genere. I negativi originali del suo film dal titolo Sayat Nova girato in Armenia furono confiscati. Parajanov dovette eliminare venti minuti del film iniziale per poter salvare il progetto e realizzare una versione rimontata dal titolo Il Colore del Melograno (1969). Ampiamente acclamato come un capolavoro del cinema moderno, Il Colore del Melograno resta ancora un frammento della visione originale del suo autore: “Il mio capolavoro non esiste più” affermò Parajanov. In quel momento la carriera di Parajanov venne arrestata forzatamente: il regista venne imprigionato a Kiev nel 1973 e condannato il 25 aprile del 1974 a cinque anni di dura reclusione. Le accuse che gli vennero mosse furono: “commercio con oggetti d’arte”, “tendenze omosessuali”, “incitamento al suicidio” e “contrabbando”. Rilasciato nel 1978 in seguito a numerose proteste di amici e artisti da ogni parte del mondo (tra questi Andrei Tarkovsky, Tonino Guerra, Federico Fellini, Giulietta Masina, Michelangelo Antonioni, solo per citarne alcuni), gli venne consentito di ritornare a casa a Tbilisi ma non di girare altri film. Nel 1982 venne arrestato nuovamente e trattenuto dal KGB. Dopo quindici anni di esistenza proscritta, a Parajanov venne finalmente consentito di girare altri film a Tbilisi.
Nel1989, non appena iniziò la realizzazione del suo film autobiografico Le Confessioni, si ammalò di cancro ai polmoni. Morì il 20 luglio del 1990 a Yerevan dove venne seppellito.

melograno_w200Il colore del melograno
(Armenia, 1969, 88’)

Uno dei più grandi capolavori del ventesimo secolo, una biografia del poeta armeno Sayat Nova (Re del canto) che, al posto di una narrazione cronologica degli eventi, svela la vita del poeta attraverso la sua poesia.
Vediamo il poeta crescere, innamorarsi, entrare in un monastero e morire, ma questi fatti vengono descritti nel contesto di immagini di quanto scaturisci dall’immaginazione di Sergei Parajanov e dalle poesie di Sayat Nova, poesie che vengono viste e raramente udite. Sofiko Chiaureli recita sei ruoli sia maschili che femminili e Parajanov scrive, dirige, monta, realizza le coreografie, lavora ai costumi, al design, alla scenografia e ad ogni aspetto di questo rivoluzionario lavoro privo di qualsiasi dialogo o movimento di camera.

Le ombre degli avi dimenticati
(USSR, 1964, 92’)

In un villaggio dei Carpazi, Ivan s’innamora di Marichka la figlia dell’assassino di suo padre. Quando Marichka muore durante un incidente, il suo dolore dura per mesi. Ma finalmente Ivan riscopre la pienezza della vita che lo circonda e sposa Palagna. Lei vorrebbe dei bambini, ma la mente di Ivan è ancora legata al ricordo del suo amore perduto. Per riconquistare le sue attenzioni, Palagna ricorre alla stregoneria e in questa situazione resta “affascinata dall’incanto” dello stregone umiliando pubblicamente Ivan che lo affronterà con forza. La vivace vita del villaggio, il lavoro e le vacanze, i cortei e la baldoria di matrimoni e funerali, il cambio delle stagioni e la bellezza della natura aumentano le proporzioni della tragedia di Ivan.

La leggenda della fortezza di Suram 
(USSR, 1984, 83’)

Basato su un’antica leggenda, questo abbagliante film del regista visionario Sergei Parajanov è una surreale ode dedicata ai guerrieri georgiani attraverso gli anni in cui morirono per il loro Paese. I ripetuti sforzi del popolo georgiano per costruire una fortezza difensiva falliscono perennemente. L’edificio crolla fino a quando una indovina ricorda un’antica profezia secondo la quale il figlio del suo precedente amante deve essere murato vivo per far sì che la fortezza non crolli. Il giovane si trova di fronte alla prospettiva di sacrificare se stesso per salvare il suo Paese.

La silhouette o L’ombra

29 novembre 2009

silhouette_w200di Gao Xingjian, Alain Melka, Jean-Louis Darmyn, in collaborazione con Triangle Méditerranée, Marseille

Sinossi
Un uomo in un’automobile vede se stesso mentre cammina tutto solo in una città deserta. I negozi sono chiusi, le case abbandonate e le porte chiuse. Si abbandona ai suoi ricordi e all’immaginazione, entrando in un puro stato di creatività. All’improvviso evoca immagini di una fragile ancora incompiuta vita e morte. Districa scene di relazioni umane – uomini e donne, un individuo e la massa – così come nostalgia dell’infanzia e ricordi della guerra… Un artista solitario che è perennemente alla ricerca del vuoto e di spazi indefiniti, di conseguenza ci conduce in un’immenso, delicato e poetico film.

Estratto da “La silhouette o l’ombra”
Gao Xingjian, 17 marzo 2007, Parigi

Traduzione dal cinese di Carmela Menzella

Dovendo considerare le categorie dei film di oggi, La Silhouette o l’Ombra è un’opera impossibile da classificare. Non si tratta di una fiction, di un documentario e neppure di una vera biografia, quindi sarebbe più opportuno considerarlo un poema in film o un film-poesia, o eventualmente una fiaba moderna.
Questo lavoro non può trovare alcuna facile collocazione nei canali di distribuzione commerciale ed è stato escluso dai festival del cinema; eppure, nonostante questo, è proprio il film che volevo girare. Desideravo fare un film già da molto tempo, sin dall’inizio degli anni 80’, quando mi trovavo ancora in Cina sul finire “dell’anticulturale” rivoluzione culturale, e quando la produzione di drammi e film visse una vera e propria rinascita.
Un film è prima di tutto immagine. Quasi tutti i film odierni utilizzano l’immagine per raccontare una storia. Ciò che io volevo ottenere, invece, era fare un tipo di arte filmica che raggiungesse una maggiore libertà sfruttando al massimo la potenzialità di ognuno dei tre elementi che sono tecnologicamente disponibili nei film. Parlando dell’immagine ad esempio, se questa non avesse più la funzione di raccontare una storia e se ogni scena, proprio come avviene con la pittura e la fotografia, manifestasse la bellezza dell’arte plastica e il valore della fotografia, appunto, allora ogni immagine meriterebbe di essere assaporata senza l’obbligo e la fretta di modificare delle scene solo in funzione della storia da raccontare. Ogni scena raggiungerebbe così la sua indipendenza e strutturerebbe il suo significato senza l’ausilio della musica o delle parole, e a quel punto uno schermo silenzioso potrebbe rivelarsi ancora più stimolante. Ci garantiremmo la possibilità di cogliere le scene con l’occhio dell’artista, se applicassimo pienamente il metodo dell’arte plastica.
…Quando un film abbraccia insieme letteratura, teatro, danza, pittura, fotografia e musica, esso diviene arte totale.

Panorma Festival_REC

29 novembre 2009

Sin dal suo esordio, il REC Festival ha ritenuto che un festival del XXI secolo dovesse offrire un approccio alle discipline audiovisive tramite una prospettiva contemporanea e trasversale, promuovendo dibattiti, offrendo spazio a nuovi autori, occasioni di riflessione sui nuovi  linguaggi e sulla ricerca, suscitando nuove modalità di osservazione, e rompendo il tradizionale monologo fra schermo e pubblico. Ecco perché REC si è sviluppato insieme a workshops, dialoghi con gli artisti, concorsi per i lavori più attuali.
In dieci anni il suo programma è cresciuto e si è evoluto progressivamente, tramite sezioni fuori concorso come Classics Nowadays (nuove letture delle avanguardie storiche) e approfondendo la cultura della comunicazione. Per poter avvicinare i film ad pubblico ampio, il festival utilizza spazi all’aperto del patrimonio artistico e culturale mondiale dove non era mai avvenuta una proiezione, un altro passo in avanti nella cultura della comunicazione e nel connubio luoghi- cinema. Il concorso del festival si poggia su due programmi principali: Opera Prima (per le opere di lungometraggio di debutto), e Live Cinema (per opere audiovisive narrative realizzare in “tempo reale”), in cui si punta sulla ricerca e l’esplorazione.
Con questo spirito il REC Festival giunge alla sua decima edizione con un chiaro messaggio: parlare del futuro attraverso le opere del presente.

www.festivalrec.com

 
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